Con l’arrivo di Halloween, ci immergiamo volentieri nel folklore dei fuochi fatui 👻🔥. Per noi, esperti di ingegneria antincendio, ogni fenomeno, anche il più misterioso, merita un’analisi rigorosa e quest’anno puntiamo i nostri riflettori su questa antica e inquietante leggenda
Ricordo che, quando ero un ragazzino, mio padre mi disse che da giovane stava tornando da lavoro e doveva passare di notte vicino al cimitero. Proprio quando era vicino a cancello, vide dalle tombe più lontane una fiammata verdastra e scappò via. Mi fece effetto questo racconto (e la prova è che ancora oggi ne parlo), perché mio padre non credeva assolutamente nei fantasmi e negli spiriti ma era sicuro di quello che aveva visto.
E infatti, l’esperienza di mio padre non fu un caso isolato. Approfondendo questa mia curiosità ho scoperto che altre testimonianze parlano di un fievole luccichio giallo o un bagliore diffuso di colore verde o blu. Una fiamma che vaga, cresce, si restringe o sembra svanire quando la si guarda direttamente, solo per riapparire quando si distoglie lo sguardo.
I fuochi fatui, chiamati anche ignis fatuus, hanno confuso e attirato i nostri antenati per secoli, dando origine a una miriade di storie terrificanti e, cosa interessante per la trattazione di oggi, a una delle tradizioni più durature di Halloween nei paesi anglosassoni: la Jack-o’-Lantern.
Questa storia parla di un certo Stingy Jack, un agricoltore noto per essere un ladro e un imbroglione. Ebbe la la brillante idea di ingannare il Diavolo, ottenendo anche la promessa che la sua anima non sarebbe mai stata presa. Rimase comunque “fregato”: quando Jack morì anni dopo, non poté entrare in Paradiso (perché era stato un ladro e un imbroglione per tutta la vita) né all’Inferno (a causa della promessa fatta dal Diavolo).
Così, l’anima indesiderata di Jack fu condannata a vagare nell’oscurità sulla Terra e il Diavolo, forse impietosito, diede a Jack un piccolo frammento di fuoco dell’Inferno. Jack intagliò una grande rapa e vi pose all’interno il fuoco. Quando gli abitanti del vedevano la luce inquietante della lanterna di rapa di Jack, sapevano che lui stava vagando senza pace [1].
Dietro questi racconti c’è sempre qualcosa di vero: io sono certo che, così come accadde a mio padre, anche nei secoli scorsi abbiano visto delle fiamme verdi nella notte. E, infatti, c’è una spiegazione chimica e fisica che tocca direttamente i principi fondamentali dell’ingegneria antincendio: la combustione spontanea di gas infiammabili.
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Fuochi fatui come emissione di gas biogenici nelle paludi o luoghi assimilabili
Per un ingegnere antincendio, l’Ignis Fatuus non può essere un fantasma ma, piuttosto, una potenziale manifestazione di scarica di gas in fase libera in ambienti sotterranei o acquatici, classificabile in termini geo-idrologici come biogenica.
L’associazione dei fuochi fatui con paludi o vecchi cimiteri (non le nuove edificazioni cementificate), pantani e torbiere, è il nucleo della comprensione scientifica. Questi ambienti possono essere caratterizzate da acque scure, acide e stagnanti con scarso contenuto di ossigeno, dove si accumulano e decompongono materiali organici.
Torbiera
Una torbiera è un ambiente umido e paludoso, simile a una palude, in cui i resti vegetali morti si accumulano e si decompongono solo parzialmente, formando la torba. Questo avviene a causa delle condizioni di scarsa ossigenazione e acidità, che inibiscono la decomposizione completa. Le torbiere sono ecosistemi ricchi di biodiversità, adatti a ospitare specie vegetali e animali particolari che si adattano a terreni acidi e poveri di nutrienti.

Già nel 1832, il Maggiore Blesson fornì uno dei primi resoconti credibili sul fenomeno. Egli osservò la posizione delle bolle che emergevano da un pantano in Germania nel 1811 e tornò di notte per osservare l’Ignis Fatuus, stabilendo così il collegamento tra le bolle della palude e il fenomeno luminoso [3].
La spiegazione scientifica moderna definisce l’Ignis Fatuus come la combustione spontanea del gas di torbiera. Questo gas è prodotto da batteri anaerobici che scompongono la cellulosa, portando alla generazione di:
- Metano (CH₄): un gas serra noto per la sua infiammabilità.
- Fosfina (PH₃): un gas infiammabile che si auto-accende quando esposto all’aria (combustione spontanea).
Quando queste sacche di metano e fosfina fuoriescono dal terreno umido, la fosfina innesca il metano, producendo luci che possono essere luminose e occasionalmente esplosive, spaventando notevolmente gli osservatori. Inoltre, alcuni processi batterici possono produrre anche solfuro di idrogeno (H₂S), che odora di uova marce, un dettaglio che ha aggiunto un accento lucubre al mistero dei fuochi fatui.

Curiosità: pare che comportamento dei fuochi fatui è anche legato alle condizioni atmosferiche. Ad esempio, l’avanzare di una tempesta porta una pressione atmosferica più bassa e una maggiore umidità. Queste condizioni consentono una più facile fuoriuscita dei gas dall’ambiente umido e talvolta creano migliori condizioni per lo sfarfallio delle luci.
Fuochi fatui e scienza moderna: un registro climatico non convenzionale
Il fuoco fatuo, pur essendo un fenomeno storico quasi scomparso a causa dell’urbanizzazione e del drenaggio delle paludi, offre un’opportunità unica per la scienza moderna [4]
I resoconti storici di avvistamenti nel passato fungono da dati non tradizionali che possono espandere la linea di base delle condizioni climatiche documentate. Nello specifico, le narrazioni sui fuochi fatui possono potenzialmente fornire un registro storico non tradizionale delle emissioni biogeniche di metano, uno dei principali gas serra.

I ricercatori hanno integrato le tradizioni sui Fuochi Fatui con i moderni registri strumentali (come i dati di telerilevamento satellitare 2019-2023) e dati del passato per determinare la correlazione tra le fonti storiche e moderne di metano e identificarne le correlazioni.
Ad esempio, l’analisi ha utilizzato mappe storiche dell’estensione delle zone umide per testare l’ipotesi che le emissioni di metano fossero correlate alla frequenza degli avvistamenti. Questo sforzo ha dimostrato l’importanza di analizzare attentamente anche i fenomeni apparentemente marginali o folcloristici, poiché essi possono contenere informazioni cruciali che vanno oltre il semplice racconto.
Conclusioni
In Italia si potrà anche festeggiare Halloween, emulando chiaramente una abitudine USA, oppure ignorare questa festività e concentrarsi sul nostro tradizionale Carnevale, ma ciò non cambia che non dobbiamo mai sottovalutare i racconti del passato.
Soprattutto quando una storia o diceria dura troppi anni (o secoli), probabilmente c’è qualcosa di vero. Avrai capito che non sto dicendo che esistono gli spiriti che prendono forma in fiamme verdi ma che, indagando, possiamo scoprire che anche le leggende più antiche possono poggiare su solide (e infiammabili) fondamenta scientifiche.
| RIFERIMENTO | AUTORE | |
|---|---|---|
| [1] | Hazard in the bog – Real and imagined | Dianne Meredith (2002) |
| [2] | A Wee Bit o’ Ghost Light | Elinor DeWire (2013) |
| [3] | Why Springs Bubble: A Framework for Gas Discharge in Groundwater | Robert J. Agnew and Todd Halihan (2018) |
| [4] | Will ‘o the Wisps: non-traditional data to inform modern science | Kimberley Miner, Ethan Wong, Bradley Gay, Charles Miller (2023) |

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