Molto spesso si leggono critiche sulle star della musica o dello sport, o sulla “ragazza che parla in corsivo”, sottolineando che fama e popolarità premiano spesso persone che, seppur brave in quello che fanno, sono molto più competenti ad incentivare i consumi piuttosto che ad offrire benefici alle persone.

Mi sono chiesto cosa potrebbe accadere alla cultura di massa se i media si impegnassero a puntare un po’ di più i riflettori verso tutte quelle persone che, pur essendo meno famose di Chiara Ferragni o Cristiano Ronaldo, magari da decenni portano vantaggi a tutta la collettività, consacrando la loro intera vita al lavoro e guadagnando molto meno delle star del cinema.

Il pensiero era stuzzicante e io e miei collaboratori non potevamo sottrarci dall’affrontare questa sfida che non ha solo l’obbiettivo di promuovere la sicurezza antincendio, ma anche di condividere una parte della vita di chi oggi è responsabile del nostro benessere.

La prima persona che ci ha gentilmente offerto la sua preziosa disponibilità è la dott.ssa Cinzia di Bari, ricercatrice ENEA con esperienza pluridecennale che, personalmente, ritengo tra i massimi esponenti italiani sulla sicurezza delle batterie al litio.

In questa intervista scritta, ripercorrendo anche alcune tappe della sua carriera, scopriremo come è arrivata ad occuparsi degli accumuli elettrici e di come questi oggi impattano sulla nostra vita.

Buona lettura

Andrea Rattacaso

La dott.ssa Cinzia di Bari, primo ricercatore in ENEA, possiede oltre 20 anni di esperienza nel settore della sicurezza, con particolare riferimento al rischio chimico. La sua carriera è caratterizzata da un’intensa attività di studio e ricerca finalizzata alla individuazione dei pericoli, prevenzione dei rischi e implementazione norme giuridiche, condotta in ISPESL, Ministero della Salute ed appunto ENEA. Negli ultimi 10 anni si è dedicata all’analisi delle problematiche di sicurezza dei sistemi di accumulo al litio, in collaborazione il CNVVF e l’Università Sapienza di Roma

DISCLAIMER: i contenuti esposti rappresentano le esperienze e le opinioni personali della persona intervistata, in “scienza, coscienza e sensibilità”, che non coincidono necessariamente con le opinioni istituzionali dell’ente per cui lavora. Le immagini, preparate in collaborazione con l’intervistato, possono essere utilizzate con le dovute citazioni.

Buongiorno Cinzia, non ti nascondo di essere molto contento di poterti intervistare e non vedo l’ora di farti le mie domande. Vorrei iniziare chiedendoti di raccontarci che lavoro fai e di cosa ti stai occupando in questo periodo.

Buongiorno a te.

Anche io sono molto contenta di questo nostro incontro e di parlarti di me e del mio lavoro. Davvero una bella occasione. Detto questo, inizio con il raccontarti la mia storia: potrà essere utile per qualche giovane che ci leggerà.

Dal punto di vista della formazione, nasco perito chimico. Appena diplomata, ho partecipato a tutti i concorsi che ho potuto e mi sono trovata anche ad un bivio importante: accettare un lavoro da ricercatrice in una grande multinazionale dei catalizzatori oppure proseguire gli studi.

Decisi di proseguire. Decisi di volermi laureare e lavorare in un ente di ricerca pubblico, a servizio della gente. Così è stato. Ho vinto il concorso da collaboratore tecnico nel 1994 e nel gennaio 1995 ho cominciato a lavorare per l’ISPESL, l’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro, un ente pubblico di ricerca, dove ho potuto occuparmi di sicurezza degli impianti industriali, ovvero della Direttiva Seveso (implementazione, attuazione in Italia, ecc.) e della prevenzione dei rischi nell’industria di processo, ideando e coordinando ufficiosamente molti progetti di ricerca.

Dico “ufficiosamente” per far polemica: ero un collaboratore tecnico, con 30 esami su 33 superati a chimica industriale a Roma, ma non potevo formalmente coordinare nulla: ero una diplomata-quasi laureata; il mio responsabile però mi lasciò fare e mi fece fare, trovando il modo di valorizzare il mio lavoro e i suoi risultati.

Era l’ing. Fausto Cappelletti, morto prematuramente a 60 anni, e co-autore del famoso “Metodo Indicizzato” utilizzato dai decreti attuativi della Direttiva Seveso.

Dal 2007 mi sono trasferita all’ENEA, dove attualmente sono primo ricercatore di terza fascia. Ho continuato ad occuparmi di sicurezza: nei luoghi di lavoro e, in particolare, mi sono occupata del rischio di esposizione ad agenti chimici, cancerogeni e biologici, fino al 2012.  

Nel 2010 mi sono imbattuta nel quesito di un collega:

Ascolta, ci sono queste nuove batterie al litio…dentro c’è una polverina nera…non so se devo fare ATEX…che ne pensi? Alcuni consulenti di Milano mi dicono che non c’è alcun rischio di esplosione…

Gli chiesi se avesse una scheda di sicurezza, giacché stava lavorando su alcune batterie specifiche, oppure la composizione chimica da richiedere al produttore, ma nulla era disponibile. Non mi restava quindi che lavorare solo con la marca e le specifiche elettriche.

Fu così che iniziai le mie ricerche e ad interessarmi alle batterie litio-ione. Misi a punto una Safety Review e cercai di conoscerne una composizione tipo, feci un bilancio dell’ossigeno con una metodologia particolare e diedi il responso:

Queste batterie possono esplodere a causa del mix di sostanze chimiche che le compongono e che le rendono suscettibili di un particolare tipo di reazioni ben note ai calorimetristi, le cosiddette reazioni fuggitive o, se preferisci l’inglese, le runaway reactions, e al loro interno è presente il “triangolo del fuoco” .

Figura 1 – Il triangolo del fuoco è già nelle batterie elettriche

Dalla teoria alla pratica: continuai le mie ricerche per vedere se in letteratura c’erano informazioni utili sulla quantità di energia contenuta, sulla dinamica del fuoco e sugli estinguenti, sulle modalità di innesco… Purtroppo non c’era ancora gran che: qualche lavoro dei francesi (INERIS) e degli americani (NFPA), ma non li comprendevo ancora bene.

Quegli studi sono oggi compendiati in un lavoro del 2018, un sommario commentato della letteratura tecnica prodotta tra il 2010 e il 2017 nell’ambito di progetti ENEA finanziati dal Ministero dello Sviluppo Economico – Ricerca di Sistema elettrico1 (riferimenti disponibili in bibliografia NDR).

Mi sembra proprio l’inizio di una bella storia: ci sono state altre motivazioni che ti hanno spinto a dedicare le tue competenze alla ricerca in ENEA?

Come ti dicevo, nasco come una ricercatrice che ha scelto di utilizzare le sue competenze nell’ambito della ricerca pubblica.

Non mi piaceva fare calcoli e simulazioni, la mia inclinazione naturale era ed è farmi guidare dal mio intuito verso la conoscenza di un problema e poi, se possibile, verso una soluzione.

In ENEA, tra il 1986 e il 1990, mi sono occupata di corrosione elettrochimica, acciaio e titanio, lavorando in laboratorio, ma quando ho incontrato, in ISPESL, la questione della sicurezza delle sostanze chimiche e delle reazioni e dei processi industriali, ho deciso che non ero interessata a trascorrere la mia vita in laboratorio.

Piuttosto, preferivo “mettere insieme i mondi”, ovvero competenze tecnico-scientifiche diverse tra loro, influenzando la concretezza del mondo reale e diventando più consapevole di cosa significa essere un chimico industriale.

Lasciata l’ISPESL, in ENEA mi sono occupata dell’esposizione professionale ad agenti chimici pericolosi degli addetti al settore agricolo e poi ho iniziato ad occuparmi di LCA2 e delle applicazioni nell’ambito della filiera produttiva dell’ulivo e della vite, ottenendo anche una successiva richiesta di assistenza nel servizio di prevenzione e protezione.

Conoscevo già la ben nota “626”, che di lì a poco fu sostituita dal DLgs 81/08: il mio percorso professionale mi ha portato ad approfondire ulteriormente con i corsi RSPP per l’allora macrosettore industria chimica, confrontandomi con vari documenti di valutazione che comprendevano il rischio chimico, cancerogeno e biologico. Così, entrando nel mondo polimorfo di un ente di ricerca mi sono imbattuta in una molteplicità di attività che mai avrei immaginato di incontrare.

Inoltre, le nuove tecnologie nascevano lì o, quantomeno, lì venivano testate.

Negli occhi però avevo sempre alcune immagini di Seveso3,4 e di Bhopal5 ma anche le acquisizioni della LCA.
In estrema sintesi, è importante che di un prodotto si conosca:

  • come si produce: perciò occorre entrare nelle singole fasi dei processi di produzione;
  • quali sono le materie prime che servono per realizzarlo, e da dove/come si ottengono
  • come verrà utilizzato e cosa succede alla fine della sua vita, ovvero come viene trattato il rifiuto.

Le informazioni per fare sicurezza sono da acquisire nel ciclo di vita e ci sono punti critici dove tali informazioni si accumulano e possono essere impiegate in ogni momento della vita del prodotto.

Ecco perché, poi, ho scelto di occuparmi della sicurezza delle LIBs (Lithium Ion Batteries) lungo tutto il loro ciclo di vita, aprendomi a verificare quanta conoscenza c’è sui pericoli di tante altre nuove tecnologie e quanta sensibilità c’è verso la sicurezza “integrata”.

Possiamo fare sicurezza, ne sono certa.

Figura 2 – Intervento di emergenza dopo il rilascio della nube tossica a Seveso, il 10 luglio del 1976 [WIKIPEDIA]
Figura 3- Union Carbide pesticide factory, Bhopal, India, 1985 [WIKIPEDIA]

A dicembre del 2021 è stato pubblicato l’articolo – “Batterie litio-ione. Gestione dei rischi e policy della Unione Europea” 6– che iniziava in prima battuta con una frase che mi ha colpito: “Tradurre il linguaggio delle hard sciences con onestà è alla base della impostazione di politiche virtuose…”. Ti andrebbe di raccontarci il tuo pensiero in merito?

Innanzitutto, l’articolo che ho scritto e autopubblicato5 è basato su una tesi di laurea che avevo bandito, destinata a laureandi in discipline sociali e giurisprudenziali: volevo lavorare su tutta la normativa applicabile alle batterie ed evidenziare le lacune esistenti ai fini della gestione della sicurezza e dell’impatto ambientale di queste tecnologie.

Su proposta del brillante studente che ho incontrato, abbiamo lavorato in un modo per me inatteso. Ed è stato bello.

L’esperienza che abbiamo vissuto si è basata sulla comunicazione, ovvero sul tentativo di spiegare allo studente le problematiche di rischio e della gestione dei rischi di questa “nuova tecnologia”, dandogli elementi per comprenderla.

Ho tradotto le mie conoscenze in un linguaggio di facile comprensione che consentisse di percepire il “peso” delle mie acquisizioni sulla sicurezza ovvero la gravità del problema, ho comunicato e ho raccolto il feedback dello studente: è stato davvero un bel lavoro per entrambi.

Un po’ mi sono rivista ai tavoli del Ministero dell’Ambiente all’inizio della mia carriera, dove si incontravano stakeholders istituzionali (io rappresentavo l’ISPESL, ovvero il Ministero della Salute) e quelli industriali, per redigere un DPCM applicativo della direttiva Seveso; gli stakeholders industriali parlavano di quantità di sostanze chimiche pericolose e di risultati delle loro analisi, io ero l’unico chimico (industriale) e questo mi consentiva almeno di avere una idea dei pericoli delle sostanze (basandomi sulla loro struttura, composizione chimica e sulla loro reattività) e mettere in dubbio le loro proposte.

Dunque, la chimica, la fisica, la biologia, la geologia ecc., ovvero le scienze di base (hard sciences come le ho chiamate io) hanno un loro linguaggio per comunicare i contenuti delle proprie attività di indagine. Affinché i risultati di tali indagini siano davvero compresi da un politico o dalla gente di strada, o dalla mia nonnina, devono essere spiegati senza alcun discapito per il loro significato, perché le parole sono segni e il significato è il contenuto.

Occorre “tradurre” tale linguaggio in un’altra lingua, affinché si possano comunicare i contenuti e verificare che i “riceventi” abbiano compreso. Bisogna comunicare, non dire o raccontare, andando ben oltre la cosiddetta “divulgazione scientifica”. E la comunicazione è efficace quando l’emittente, colui che trasmette un messaggio, ottiene dal destinatario un feedback congruente al contenuto.

E poi, si aggiunge un discorso etico.

Se ho conoscenza, anche indiretta, che qualcosa è pericoloso, a prescindere dall’entità dei rischi, non devo omettere questa conoscenza a beneficio del dubbio. Non posso incoraggiare un politico nella sua idea di diffusione di una tecnologia, tranquillizzandolo che sta facendo bene. Devo insinuare i dubbi che ho anche io, affinché sia lui a darmi le risorse (umane, economiche, temporali) per approfondire ciò che so ed eventualmente risolvere il problema.

Il progresso tecnologico è andato ad una velocità iperbolica fino ad oggi, con beneplacito dei produttori, che fanno a gara a chi per primo ha una buona idea per far soldi, approfittando della lentezza delle burocrazie e della mancanza di norme ad hoc sulla tutela di ambiente e salute di cittadini e lavoratori, trascurando le conseguenze future dei loro business, anche sui loro stessi bilanci aziendali.

Hai dipinto un quadro della situazione che condivido molto e penso che oggi abbiamo certamente bisogno di figure professionali in grado di semplificare le informazioni scientifiche a tutti gli stakeholder di mercato e, in particolare, agli utilizzatori finali. Però, come ben saprai e soprattutto in alcuni paesi del mondo, le ingerenze della politica possono essere determinanti nel decidere come veicolare le informazioni. Hai mai pensato ad una soluzione a tutto ciò?

Il problema di fondo è l’ignoranza della politica, anzi dei politici. Un addetto stampa di un ministro (e l’ho visto fare) tutte le mattine è fortemente “incentivato” ad inventarsi qualcosa per mettere in prima pagina la persona che rappresenta. E con alta probabilità, tale situazione potrebbe presentarsi anche in contesti diversi, nelle grandi aziende, nelle compagnie assicurative, nelle associazioni di categoria e di qualsiasi soggetto interessato a creare business con la tecnologia degli accumuli elettrici.

Ecco, credo che il ruolo dell’addetto stampa dovrebbe cambiare e i responsabili dovrebbero mettere in dubbio quanto gli viene proposto, avvalendosi di consulenti tecnico-scientifici a cui affidare la valutazione di pro e contro, non in termini di visibilità, ma in termini di valutazione delle conseguenze delle azioni proposte.

Parlare di pericoli e rischi, di cause e di conseguenze dannose potrebbe mettere in cattiva luce lo “scienziato” o il “tecnico” che svolge il ruolo del consulente di turno.

Ma perché avere questa preoccupazione? Forse per Il comune timore della disapprovazione.

Credo che si debba fare un profondo cammino interiore per comprendere che, se un gruppo o un sistema non ci vogliono, è perché non è il nostro gruppo: la favola del brutto anatroccolo ce lo racconta e, personalmente, desidero trovare la mia famiglia di cigni.

Un politico avveduto ti potrebbe chiedere: “ebbene, che probabilità c’è che tale evento indesiderato accada, cioè che quel determinato pericolo si manifesti?” La risposta è una sola: “Se può accadere, accade! Prima o poi accade! “

Allora si entra nel campo della gestione dei pericoli/rischi, che non è affidare tutto all’ingegneria che trova i sistemi di protezione, quelli per “attappare le falle” (contenimento), o “predire” l’evento indesiderato (prevenzione del rischio): occorre essere pronti a gestire l’emergenza.

In termine tecnico (analisi di rischio), i sistemi ingegneristici possono andare in “fault” (guasto): se vanno in fault non funzionano e l’evento non desiderato, ma previsto, può accadere.

Questi sono i limiti della tecnologia che, spesso, non tiene conto delle leggi della Natura. In chimica vige il principio di conservazione di massa (ed energia): “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma!” per citare uno dei padri della chimica (A.L. Lavoisier, XVIII sec. d.c.).

Adesso ci spostiamo verso l’argomento caldo dell’intervista: le batterie elettriche. Secondo il tuo punto di vista e restando in linea con l’approccio che hai descritto, come sta andando l’introduzione di questa innovazione tecnologica?

Direi non bene. Stiamo correndo troppo…

Voglio fare una precisazione: le batterie sono piccoli reattori chimici all’interno delle quali, per mezzo di una reazione di ossido-riduzione, in cui si scambiano elettroni, è possibile produrre corrente elettrica introducendo gli elettroni scambiati in un circuito utilizzatore e poi rimettendoli nel “reattore”: la corrente è proprio costituita da questi elettroni in movimento.

Figura 4 – Schema funzionale batteria al litio

Le batterie sono costituite da più unità fisiche elementari denominate “celle”. Inoltre, è necessario distinguere tra batterie primarie e batterie secondarie:

  • le primarie (non ricaricabili) sono comunemente chiamate “pile”;
  • le secondarie (ricaricabili), sono quelle di cui mi occupo prevalentemente.
Figura 5 – Differenza tra batterie primarie e secondarie

Tra le batterie secondarie, ben note sono quelle al piombo, ma le novità sono quelle al litio e al sodio ad alta temperatura.

Dal 1991 sono state immesse in commercio le prime litio-ione (LIB) che hanno consentito di realizzare telefonini extra-piatti e con prestazioni straordinarie, computer portatili, auto elettriche, con la possibilità di accumulare l’energia solare raccolta dai pannelli fotovoltaici e per poi trasformarla in corrente. E poi ancora giocattoli, hoverboard, monopattini, bici elettriche, sigarette elettroniche, ecc.

Ancora più di recente sono state immesse sul mercato EV, in particolare per ibus elettrici, le batterie secondarie al litio metallico e, nel tempo, verranno introdotte sempre più nuove tecnologie elettrochimiche di accumulo dell’energia: le ricerche sono tantissime e il time-to-market sempre più breve.

Si tenta di aumentare le prestazioni, la sicurezza, la competitività e di sostituire certi elementi chimici con altri provenienti da materie prime meno critiche in quanto a disponibilità, metodologie di produzione e, soprattutto, risorse minerarie.

Figura 6 – Le tipologie più diffuse di accumulo elettrico

Gli utilizzatori sono stati (e sono ancora oggi) incentivati negli acquisti, ma non gli sono stati spiegati i rischi che corrono. Ciò deriva anche da un problema di normativa giuridica praticamente ancora oggi assente, come pure credo che sarebbe interessante raccontare loro come vengono prodotte, come sono fatte e cosa succede quando arrivano a “fine vita” o si danneggiano, cioè quando non funzionano più.

Quindi, come tutte le innovazioni tecnologiche, il mercato non viene “frenato” da valutazioni di rischio ovvero da norme giuridiche a tutela della persona e dell’ambiente, che dovrebbero precedere e/o accompagnare l’immissione sul mercato della nuova tecnologia.

Ritengo che questa sia una visione miopica, anche per le aziende: si tratta di prodromi di cattivi investimenti che presenteranno i conti ad un certo momento, le esperienze le abbiamo già avute con l’industria chimica (Seveso e Bhopal, come già accennato), con quella farmaceutica (talidomide, aulin) e quant’altro.

C’è un reale rischio di perdita di immagine e perdite economiche a fronte di danni alle persone, ai beni e all’ambiente: occorre fare intelligentemente Loss prevention. E dal punto di vista etico-sociale, tutto questo è inaccettabile, specialmente con la tanta formazione scientifica che oggi abbiamo.

Il discorso sarebbe molto lungo e mi fermo qui.

Figura 7 – Mappa mentale dei rischi associati agli accumuli elettrici

Sì, immagino che potremmo discuterne fino a domani. Prima hai parlato di una conoscenza insufficiente sull’utilizzo della tecnologia: secondo te quali sono le informazioni minime e indispensabili che i cittadini devono conoscere sulla sicurezza di tali dispositivi?

Innanzitutto, non saprei se tranquillizzarli o allarmarli: diciamo che desidero invitarli alla consapevolezza.
Tra le mani non avete una scatola vuota, ma un piccolo e magico reattore chimico, all’interno del quale materia ed energia esistono. Abbiamo visto che presentano dei pericoli (di incendio ed esplosione), ma anche un coltello da cucina o una forbice li presentano, eppure sappiamo bene come gestirli senza farci male e soprattutto come evitare danni ai nostri figli.

Figura 8 – Schematizzazione causa-effetto per i rischi associati alle batterie elettriche

Ecco, inizierei da questo: i nostri figli… Ho visto bimbi di 3 o 4 anni con in mano il cellulare con il vetro rotto che seguivano il loro genitore al bar, sentendosi grandi.

  • Abuso termico, meccanico o elettrico;
  • Uso sbagliato – misuse (ad esempio caricabatterie diverso da quello fornito dal produttore del dispositivo, oppure autoriparazione della batteria, e tanto altro)
  • batterie di scarsa qualità o con errori progettuali

Ecco, questi sono i principali scenari di rischio.

E oltre al rischio di incendio ed esplosione, abbiamo quello elettrico e quello chimico.
Cosa consiglio?

Non date ai vostri figli un cellulare soprattutto se non è integro, ovvero ha subito quello che si definisce “abuso meccanico”: se è caduto, oppure qualcosa è caduto sopra di esso, la batteria potrebbe essere stata danneggiata e portar con se maggiori probabilità d’esplosione.

Raccomando fortemente di:

  • puntare su dispositivi di ottima qualità, in primis le batterie, tutti con certificati di garanzia (tenetevi gli scontrini o le fatture, potranno servire in caso di rivalsa sul produttore/fornitore);
  • far effettuare la manutenzione e le riparazioni di carica batterie e parti di ricambio in centri autorizzati dai produttori del dispositivo o della batteria;
  • non lasciare al sole o vicino a fonti di calore cellulari, dispositivi portatili (PC, tablet, e-book) e qualsiasi altro dispositivo che possiede un accumulo elettrico;
  • effettuare le operazioni di ricarica sotto osservazione e lontano da persone o da materiali infiammabili, letto e moquette compresi;
  • se il dispositivo ha avuto danni (penso a monopattini e cellulari) fare attenzione doppia.
  • attenersi sempre alle specifiche di funzionamento del costruttore.

E ci sarebbe tanto altro da dire.

Per quanto riguarda i piccoli estintori, per adesso è meglio una vasca d’acqua: stiamo esaminando cosa poter consigliare, incluse eventuali safety bag.

Figura 9 – Usi comuni delle batterie più diffuse

Ora invece ci spostiamo nell’ambito delle professioni tecniche. Oggi, soprattutto da quando i professionisti antincendio navigano con l’approccio ingegneristico, i tecnici sono spinti alla multidisciplinarità molto più che in passato. Quali sono le informazioni più importanti che dovrebbero conoscere? Hai anche qualche riferimento tecnico da consigliare?

Proprio in questi giorni ho avuto modo di affrontare alcune informazioni sulla figura del fire manager, alla quale è chiesta una apertura mentale notevole e un approccio multidisciplinare.

Sia per il professionista antincendio che per il fire manager è necessario che ci sia la possibilità di ricorrere a figure professionali in grado di fornire le informazioni necessarie per svolgere gli incarichi tecnici. Chi sono questi personaggi? La vera conoscenza è sparsa, e un po’ ci vuole il piglio del ricercatore (oppure dell’investigatore, mente aperta), con una raccolta sistematica delle informazioni, capacità di analisi e di sintesi, e un buon analista di rischio accanto.

Mi viene in mente l’esperienza che ho fatto oltre vent’anni fa con l’Hazop della sezione di un impianto petrolchimico. L’Hazop è un metodo di analisi di rischio che si poggia su un gruppo di lavoro, come del resto quasi tutte le analisi di rischio, con un team leader ed esperti dell’impianto, del processo e di gestione ordinaria (operai), manutenzione, ecc.

La chiave di successo è un team multidisciplinare e multilivello: serve ascoltare tutti e sta nella bravura dell’analista esplorare il sistema il più profondamente possibile e individuare chi può dare le informazioni idonee a compiere una buona analisi.

E vi consiglio di tenere sottomano lo studio fatto con il CNVVF e pubblicato nel 20207.

Ti ringrazio, ancora una volta, per l’intervista che mi hai concesso, personalmente mi ha offerto molti spunti che non vedo l’ora di approfondire in altre fonti. Chiudo con la domanda a cui tengo di più, quella che vorrei che ispirasse le ragazze e i ragazzi che oggi si stanno inserendo nel mondo del lavoro con tirocini, stage o studi universitari: quale è la cosa che più ti appaga nel tuo lavoro, quella che ti rende maggiormente soddisfatta?

Posso dire loro quello che mi ha appagata: la convinzione di essere utile e l’imbattermi nelle problematiche di sicurezza delle nuove tecnologie, cambiando la mia visione del mondo e indirizzandomi alla consapevolezza dell’essere.

Sono soddisfatta di me, per essere stata fedele a me stessa e agli impegni presi con altri. Sono felice della splendida collaborazione con alcune persone di ENEA, del CNVVF e dell’Università Sapienza di Roma: ho tenuto duro grazie a loro!

Sono andata controcorrente: la mia strada è stata questa.

Ai giovani consiglio di coltivare il senso critico, il dubbio! Di seguire la propria indole e la propria passione, senza rinunciare a sé stessi. Di essere disponibili a fare diverse esperienze di lavoro e di scegliersi bene i propri datori di lavoro.

L’articolo può essere scaricato in formato PDF al seguente link:

Per approfondimenti

RIFERIMENTIAUTORI
NDRNota della redazione
[1]Sicurezza degli accumulatori litio ione ed elettromobilità: indice commentato degli studi effettuatiENEA
[2]Life Cycle Assessment (Analisi del ciclo di vita)RETE CLIMA
[3]ICMESA, cronistoria di un disastroCorriere della Sera
[4]Seveso, dopo quarant’anni si muore ancora per diossinaCorriere della Sera
[5]Bhopal disasterWikipedia
[6]Batterie litio-ione. Gestione dei rischi e policy della Unione EuropeaResearchGate
[7]Dai VVF il primo studio completo in Italia sulla sicurezza delle batterie al litioMinistero dell’Interno

Hai bisogno di saperne di più?

Le informazioni sono tante e non è facile riassumerle tutte in un articolo. Puoi però continuare la navigazione per cercare quello che ti serve…

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